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Herbie Hancock

DIRECTIONS IN MUSIC -
MILES DAVIS & JOHN COLTRANE
THE 75th BIRTHDAY CELEBRATION
Il progetto più recente del pianista di Chicago è ambizioso: un
omaggio a Miles Davis e John Coltrane per il loro settantacinquesimo
compleanno. Sia Miles che Trane erano nati infatti nel 1926, e l’anno
scorso, se fossero stati vivi, avrebbero compiuto tre quarti di
secolo. Il concerto è stato anche inciso in un disco live per la Verve
alla Massey Hall. Identica la front line, ma diversa la ritmica.
Sette Grammy ed un Oscar per la musica del film Round Midnight,
Hancock non è nuovo ai progetti ambiziosi, come è normale per un
artista che della musica non ha mai avuto un’idea banale ed è
considerato una testa pensante del jazz moderno. Quasi tutte le sue
uscite più recenti, con altrettante svolte nella sua carriera, sono
passate anche sui palchi di Umbria Jazz. Per ricordarne alcune: la
ripresa del funky elettrico con “Dis is da drum”; la “reunion” dello
storico quintetto di Davis degli anni ’60, con Wallace Roney alla
tromba, l’anno dopo la morte di Miles; il ritorno al quartetto
acustico dopo tanti anni; le “new standards” con le quali intendeva
estendere i confini del tradizionale repertorio di canzoni dei jazzmen
includendovi anche il pop; l’omaggio al “Gershwin’s world” per
celebrare l’anniversario del più importante musicista americano.
Recentemente, prima del live alla Massey Hall, Hancock ha pubblicato
un altro disco, ma di jazz elettrico, dal titolo “Future2future” per
una nuova etichetta in cui si è coinvolto anche come manager. Ed è
tipico di Herbie questa sorta di schizofrenia musicale che lo porta
continuamente a ad alternare progetti acustici ed elettrici, ma sempre
tenendo fermo il timone sulla sua concezione personale della musica.
Per Miles Davis, Hancock era il gradino successivo a Bud Powell. Dopo
Herbie, diceva, non è più venuto nulla di nuovo. La sua stima per il
pianista Chicagoano era immensa, e del resto pochissimi artisti
viventi possono vantarsi, come Hancock, di aver lasciato un segno così
profondo nella musica degli ultimi 40 anni. Pianista figlio della
tradizione bebop, allievo indiretto di Horace Silver, Hancock prese
sempre, per esempio quando incideva per la Blue Note (che alcuni anni
fa gli ha dedicato un’integrale delle sue incisioni come leader) le
distanze da un certo manierismo che appesantiva il jazz degli anni
’60. Hancock guardava al futuro, perciò Davis lo volle fortissimamente
nel suo nuovo quintetto, e con lui al piano (e Shorter ai sassofoni)
la musica di quel gruppo conobbe in pochi anni una incredibile
maturità. E maturò anche Hancock, sia come pianista che come
compositore. Arrivarono gli anni Settanta, con i grandi successi
commerciali che si chiamano “Rock it” o “Headhunters”, accolti
all’epoca con un po’ di diffidenza dai puristi ma in realtà
straordinarie espressione della forza vitale e trasgressiva del jazz
di allora, intriso di buon funky e fortemente ancorato alle tradizioni
Nere. Ma Hancock non si fossilizzò nel funky, non seguì le mode ma le
governò. Continuoò a comporre per il cinema e per la tv, e soprattutto
non abbandonò mai il jazz più puro, inserendosi nei contesti più
diversi, dal duo con Chick Corea alle molte edizioni dei quintetto
VSOP.
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