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Herbie Hancock

Herbie Hancock piano
Michael Brecker sax tenore
Roy Hargrove tromba, filicomo
George Mraz contrabbasso
Willis Jones lll batteria

 

21 Luglio

TEATRO TURRENO
ore 21,30

 


Herbie Hancock
 

DIRECTIONS IN MUSIC - MILES DAVIS & JOHN COLTRANE
THE 75th BIRTHDAY CELEBRATION

Il progetto più recente del pianista di Chicago è ambizioso: un omaggio a Miles Davis e John Coltrane per il loro settantacinquesimo compleanno. Sia Miles che Trane erano nati infatti nel 1926, e l’anno scorso, se fossero stati vivi, avrebbero compiuto tre quarti di secolo. Il concerto è stato anche inciso in un disco live per la Verve alla Massey Hall. Identica la front line, ma diversa la ritmica.
Sette Grammy ed un Oscar per la musica del film Round Midnight, Hancock non è nuovo ai progetti ambiziosi, come è normale per un artista che della musica non ha mai avuto un’idea banale ed è considerato una testa pensante del jazz moderno. Quasi tutte le sue uscite più recenti, con altrettante svolte nella sua carriera, sono passate anche sui palchi di Umbria Jazz. Per ricordarne alcune: la ripresa del funky elettrico con “Dis is da drum”; la “reunion” dello storico quintetto di Davis degli anni ’60, con Wallace Roney alla tromba, l’anno dopo la morte di Miles; il ritorno al quartetto acustico dopo tanti anni; le “new standards” con le quali intendeva estendere i confini del tradizionale repertorio di canzoni dei jazzmen includendovi anche il pop; l’omaggio al “Gershwin’s world” per celebrare l’anniversario del più importante musicista americano. Recentemente, prima del live alla Massey Hall, Hancock ha pubblicato un altro disco, ma di jazz elettrico, dal titolo “Future2future” per una nuova etichetta in cui si è coinvolto anche come manager. Ed è tipico di Herbie questa sorta di schizofrenia musicale che lo porta continuamente a ad alternare progetti acustici ed elettrici, ma sempre tenendo fermo il timone sulla sua concezione personale della musica.
Per Miles Davis, Hancock era il gradino successivo a Bud Powell. Dopo Herbie, diceva, non è più venuto nulla di nuovo. La sua stima per il pianista Chicagoano era immensa, e del resto pochissimi artisti viventi possono vantarsi, come Hancock, di aver lasciato un segno così profondo nella musica degli ultimi 40 anni. Pianista figlio della tradizione bebop, allievo indiretto di Horace Silver, Hancock prese sempre, per esempio quando incideva per la Blue Note (che alcuni anni fa gli ha dedicato un’integrale delle sue incisioni come leader) le distanze da un certo manierismo che appesantiva il jazz degli anni ’60. Hancock guardava al futuro, perciò Davis lo volle fortissimamente nel suo nuovo quintetto, e con lui al piano (e Shorter ai sassofoni) la musica di quel gruppo conobbe in pochi anni una incredibile maturità. E maturò anche Hancock, sia come pianista che come compositore. Arrivarono gli anni Settanta, con i grandi successi commerciali che si chiamano “Rock it” o “Headhunters”, accolti all’epoca con un po’ di diffidenza dai puristi ma in realtà straordinarie espressione della forza vitale e trasgressiva del jazz di allora, intriso di buon funky e fortemente ancorato alle tradizioni Nere. Ma Hancock non si fossilizzò nel funky, non seguì le mode ma le governò. Continuoò a comporre per il cinema e per la tv, e soprattutto non abbandonò mai il jazz più puro, inserendosi nei contesti più diversi, dal duo con Chick Corea alle molte edizioni dei quintetto VSOP.