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"All Star
Quartet"
John Scofield, Joe Lovano, Dave Holland, Al Foster

Il
Live di All
Star Quarte
Questo quartetto da sogno
esordì nel ’99 e fu ascoltato anche a Perugia. Torna adesso per un
nuovo tour, a dimostrazione del fatto che non si trattava di un
incontro occasionale, ma che alla base c’è una solida affinità
musicale.
Chi conosce anche solo superficialmente le vicende del jazz degli
ultimi trent’anni comprende bene che il termine "All Star" non è
abusato.
Questi quattro artisti sono davvero stelle del jazz, maestri dei
loro rispettivi strumenti e più volte coinvolti in progetti, gruppi,
situazioni musicali, registrazioni discografiche che fanno parte della
storia moderna del jazz.
E' anche interessante notare che fra loro ci sono delle
interconnessioni, che vanno oltre la costituzione di questo quartetto.
Per esempio, Scofield, Holland e Foster hanno condiviso l’esperienza
delle "directions" elettriche di Miles Davis. Foster è stato il
batterista di Davis dal 1972 al 1985, con l’interruzione dal’75 all’80
per la malattia di Miles. Holland fu con il trombettista dal’70 al’72,
giusto il tempo di incidere con lui "In a Silent Way" e "Bitches
Brew": Miles lo aveva fatto venire apposta dall’Inghilterra. Scofield
fece parte del gruppo dal 1982 al 1985, e due volte fu ascoltato in
quel contesto anche a Umbria Jazz. Lo stesso Scofield e Joe Lovano poi
hanno condiviso alcuni bellissimi dischi in quartetto, mentre Lovano
era membro di un trio epocale con Paul Motian e Bill Frisell. Ancora
Lovano e Dave Holland hanno registrato in trio con Elvin Jones, ma già
nel’92 era uscito il disco "From the soul", a nome di Lovano, con
Holland e Petrucciani, mentre il sassofonista si era avvalso delle
bacchette e dei tamburi di Al Foster nell’album che aveva dedicato
alle canzoni di Frank Sinatra.
Il gioco potrebbe continuare. Più importante però è la musica che il
quartetto potrà offrire. Una buona occasione per ascoltare la chitarra
di Scofield, con i suoi toni bluesy e volutamente "sporchi", i
sassofoni di Lovano e quel fraseggio così obliquo fra la tradizione
(Lovano si fece le ossa nell’orchestra di Woody Herman) e le avventure
del dopo Coltrane, il percussionismo poliritmico di Foster, la
cantabilita’ del contrabbasso di Holland.
DAVE HOLLAND
Due anni fa la Berklee School of music di Boston insignì Dave Holland
di una laurea honoris causa, testimonianza tangibile dell’enorme
considerazione di cui il bassista inglese gode nell’ambiente del jazz.
Dietro questa laurea c'è una lunga storia. Nel 1968 Holland era un
giovane bassista inglese di 22 anni che suonava musica classica e
cameristica, ma anche jazz con John Surman, Kenny Wheeler, Evan Parker
e Ronnie Scott. Già allora aveva una bella sonorità, perfetto senso
del tempo, conoscenza dell'armonia e brillante tecnica. Miles Davis lo
chiamò in America per registrare dischi. Erano i tempi della svolta
elettrica di Davis, destinata a condizionare il futuro della musica,
non solo del jazz, e a seminare dietro di sé schiere di imitatori e
seguaci. Con il trombettista Holland incise Filles de Kilimandjaro, In
a silent way, Bitche’s brew, Live at Fillmore. Lasciato Miles entrò in
un gruppo importantissimo quanto diverso da quello di Davis, il
Circle, con Chick Corea e Anthony Braxton. E ancora: il trio con Sam
Rivers, il disco epocale ''Conference of the birds'', la
collaborazione con la M-Base (unico bianco), i progetti per solo
contrabbasso e solo violoncello (una sorta di third stream
d'avanguardia), il supergruppo con Hancock-Metheny-DeJohnette, il trio
Gataway con Abercrombie e DeJohnette, il tour con la Miles Davis
Tribute band. Negli ultimi anni, per l'etichetta tedesca Ecm, Holland
ha sviluppato una fortunata carriera come leader, e i suoi gruppi
hanno manifestato invidiabile coesione e soprattutto interessante
sonorità.
JOE LOVANO
Negli ultimi anni Lovano ha fatto incetta di premi in tutto il mondo
ed in varie categorie: per il miglior disco, per il miglior assolo,
come miglior sassofonista. In realtà è difficile pensare ad un altro
musicista che sappia meglio di lui incarnare lo stato del jazz oggi,
capace di fare fino in fondo i conti con la tradizione (da Lester
Young a Coltrane a Coleman) ma anche di andare oltre senza però
discostarsi dal linguaggio e dallo spirito di quella per comodità e
convenzione ci ostiniamo a definire musica afro-americana. Un artista
maturo, quasi cinquantenne, che ha avuto il merito, fra gli altri, di
crescere con pazienza e consapevolezza, senza bruciare le tappe con
exploit da enfant prodige, quelli che di solito fanno il primo disco
da leader a 18 anni e poi scompaiono.
Lovano ha al contrario alle spalle una lunga gavetta. E’ nato a
Cleveland, figlio d’arte perché il padre, Tony, detto “Big T”, era un
musicista importante della sua città, un sassofonista tenore vigoroso
della vecchia scuola. Joe cominciò a suonare il sax alto da ragazzino,
e crebbe ascoltando dischi e concerti, fino alle prime esperienze
professionali negli organ combo che suonavano blues e soul. Si
perfezionò alla Berklee di Boston, dove conobbe altri studenti
promettenti che più tardi avrebbe incrociato le loro strade con la
sua, John Scofield e Bill Frisell. La vera scuola furono però le
grandi orchestre, dove si imparava la difficile arte della disciplina
musicale e si acquisivano le nozioni fondamentali del far musica
insieme, in equilibrio fra la libertà del solista ed il rigore
richiesto all’uomo di sezione. Le big band di Woody Herman e quella di
Mel Lewis, negli anni ’80 e ’90, erano le migliori sulla piazza, e
contribuirono non poco a far maturare Lovano, che nel frattempo era
passato al sax tenore.
Terminata quella esperienza, seguirono altri due ingaggi fondamentali,
quasi contemporanei fra loro: il quartetto di John Scofield ed il
bellissimo trio con Bill Frisell e Paul Motian. Joe Lovano ebbe modo
così di lavorare con due dei tre più importanti chitarristi del jazz
contemporaneo (il terzo era ovviamente Pat Metheny).
E arrivò solo dopo queste tappe il momento di mettersi in proprio e
dare il via ad una carriera di leader. Una carriera che si è svolta
soprattutto per i bit della Blue Note, per la quale Lovano ha prodotto
una serie stupefacente di dischi, tutti diversi per formula ed
organico. Si va dal duo con Gonzalo Rubalcaba ai numerosi trii
(formula che ama molto), dai quartetti alle formazioni più estese,
fino alla grande orchestra arrangiata e diretta da Gunther Schuller.
Lovano è un vecchio amico di Umbria Jazz: oltre ad aver partecipato a
diverse edizioni, è apparso come special guest al concerto che il
festival ha organizzato alla Town Hall di New York con musicisti
italiani. E si passi un pizzico di orgoglio nazionale: il Village
Voice ha scritto che “più di Pavarotti, il più grande tenore italiano
in circolazione oggi non è Luciano ma Lovano!”.
JOHN SCOFIELD
Da una ventina d’anni la scena dei chitarristi è sotto l’egemonia di
tre personaggi che rispondono al nome di John Scofield, Pat Metheny e
Bill Frisell, ma si tratta di musicisti molto diversi e perfettamente
identificabili e distinguibili fra loro, semmai accomunati dal fatto
che tutti indicano in Jim Hall il loro maestro. Fra i tre Scofield,
classe 1951, originario dell’Ohio, è quello con un’anima più
autenticamente blues e rock, ed il suo suono, talvolta volutamente
“sporco” rimanda a Jimi Hendrix e al soul. E fu proprio nell’ambiente
del r&b che “Sco” fece i primi passi lavorando anche con Wilson
Pickett. L’apprendistato jazz lo fece con maestri importanti, da
Charles Mingus a Chet Baker, da Jerry Mulligan a Gary Burton,
conosciuto da studente alla Berklee di Boston. Con il gruppo di Billy
Cobham e Gorge Duke intanto suonava jazz elettrico.
Nel 1992 la grande svolta perché Miles Davis lo chiamò a fare parte
del nuovo gruppo con cui stava ritornando sulla scena dopo una lunga
assenza per le precarie condizioni di salute. Con Miles, Scofield
restò tre anni e incise tre dischi. Era lui il chitarrista di Davis
nel concerto del 1984 a Terni e del 1985 a Perugia, due delle serate
migliori della storia di Umbria Jazz. Dopo Davis, Scofield era pronto
per cominciare la carriera di leader, aiutato in questo anche da un
contratto con la Blue Note. Molte le formazioni allestite per
registrare dischi e girare per festival, ma vale la pena di ricordare
almeno il quartetto con Joe Lovano e lo “!special quartet” con Pat
Metheny. John del resto ha sempre amato confrontarsi con i suoi
colleghi, e lo dimostra la collaborazione con Frisell nel progetto
“Bass Desires” per la Ecm ed il duo con il maestro Jim Hall in una
edizione di Umbria Jazz Winter. Innumerevoli poi le sue apparizioni
come ospite in progetti di Joe Henderson, Herbie Hancock, McCoy Tyner
o Chick Corea, per citare i principali.
Dalla Blue Note Scofield è passato alla Verve, per la quale ha
debuttato con un atipico album acustico in cui fa anche l’arrangiatore
di una sezione di ottoni, per poi uscire con due dischi più elettrici
e “acid”, uno dei quali con il trio Medesky, Martin & Wood. Le ultime
uscite discografiche hanno alternato lavori acustici ed elettrici. Un
funky duro quello di “Bump”, superbo straight jazz “Works for me”, a
dimostrazione di un eclettismo che forse non ha eguali fra i
chitarristi jazz. Sontuosa la line up di questo capolavoro, con Brad
Mehldau, Kenny Garrett, Chris McBride e il povero Billy Higgins, ad
una delle sue ultime uscite di maestro della batteria (e di umanità)
prima della morte.
AL FOSTER
Un grande maestro della percussione, da inserire in quel limitato
elenco che comincia, in epoca moderna, da Elvin Jones e finisce con
Jack DeJohnette. Per capire il livello.
Il giovane Al, virginiano di Richmond (lì era nato nel 1944) non prese
mai lezioni formali di batteria, ma il padre ed uno zio erano
batteristi… Cominciò presto a suonare da professionista: a 16 anni
ebbe un ingaggio con Hugh Masekela, poi con Ted Curson, Illinois
Jacquet, Blue Mitchell, Lou Donaldson. Il genere, come è facile
capire, era l’hard bop che allora andava per la maggiore: una musica
Nera fino al midollo in cui predominava la lezione di Parker ma con
robuste iniezioni di soul, blues, echi di gospel. Rinunciò anche a
offerte di Cannonball Adderley e Horace Silver per non muoversi da New
York e stare vicino alla sua famiglia.
Fece bene, perché nel club “Cellar”, dove suonava abitualmente con un
gruppo tutto sommato minore, fu ascoltato per caso da Miles Davis, che
aveva già da alcuni anni dato il via alla sua svolta elettrica. Era il
1972. Miles aveva un fiuto incredibile per capire i musicisti. Capì
subito che Al Foster era quello che ci voleva per dare sostanza
pulsante al suo funky inquieto e inquietante, e da lì cominciò una
lunga collaborazione che in pratica segnò la carriera di Al. Molti
dischi importanti e molti tour con Miles, dunque, fino all’anno della
malattia di Davis, che interruppe la sua attività. Per tutta la
seconda metà degli anni ’70 Foster diresse suoi gruppi o più
frequentemente fu chiamato nelle band di altri leader, fino al 1980,
l’anno in cui Davis riprese (splendidamente) a suonare e ovviamente
richiamò Al. C’era Al Foster alla batteria nella straordinaria band
che suonò a Terni per Umbria Jazz 84.
Il dopo Davis ci ha restituito un grandissimo batterista, alla cui
creatività hanno attinto in pratica tutti i grandi, da Sonny Rollins a
McCoy Tyner, da Freddie Hubbsard a Michel Petrucciani
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