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FORMAZIONE
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Joe Lovano nonet
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Joe Lovano
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sax tenore
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George Garzone
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sax tenore
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Steve Slagle |
sax alto |
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Gary Smulyan |
sax baritono |
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Barry Ries |
tromba |
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Larry Farrel |
trombone |
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John Hicks |
piano |
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Dennis Irwin |
basso |
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Lewis Nash |
batteria |
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I critici americani che partecipano al referendum di Down Beat lo hanno votato come musicista dell’
anno. Non e’ il primo riconoscimento che gli addetti ai lavori tributano a
Lovano, che in realta’ negli ultimi dieci anni ha fatto incetta di premi in tutto il mondo ed in varie
categorie: per il miglior disco, per il miglior assolo, come miglior
sassofonista.
In realta’e’ difficile pensare ad un altro musicista che sappia meglio di lui incarnare lo stato del jazz
oggi, capace di fare fino in fondo i conti con la tradizione (da Lester Young a Coltrane a Coleman) ma anche di andare oltre senza pero’ discostarsi dal linguaggio e dallo spirito di quella per comodita’ e convenzione ci ostiniamo a definire musica
afro-americana.
Un artista maturo a poco meno di 50 anni, che ha avuto il merito, fra gli altri, di crescere con pazienza e
consapevolezza, senza bruciare le tappe con exploit da enfant prodige, quelli che di solito fanno il primo disco da leader a 18 e poi
scompaiono.
Lovano ha al contrario alle spalle una lunga
gavetta. E’ nato a Cleveland, figlio d’ arte perche’ il padre, Tony, detto ‘’Big T’’, era un musicista importante della sua citta’, un sassofonista tenore vigoroso della vecchia
scuola.
Joe comincio’ a suonare il sax alto da ragazzino, e crebbe ascoltando dischi e concerti, fino alle prime esperienze professionali negli organ combo che suonavano blues e soul.
Si perfeziono’ alla Berklee di Boston, dove conobbe altri studenti promettenti che piu’ tardi avrebbe incrociato le loro strade con la
sua, John Scofield e Bill Frisell.
La vera scuola furono pero’ le grandi orchestre, dove si imparava la difficile arte della disciplina musicale e si acquisivano le nozioni fondamentali del far musica
insieme, in equilibrio fra la liberta’ del solista ed il rigore richiesto all’ uomo di
sezione. Le big band di Woody Herman e quella di Mel Lewis, negli anni ’80 e ’90, erano le migliori sulla piazza, e contribuirono non poco a far maturare
Lovano, che nel frattempo era passato al sax tenore.
Terminata quella esperienza, seguirono altri due ingaggi fondamentali, quasi contemporanei fra
loro: il quartetto di John Scofield ed il bellissimo trio con Bill Frisell e Paul
Motian.
Joe Lovano ebbe modo cosi’ di lavorare con due dei tre piu’ importanti chitarristi del jazz contemporaneo
(il terzo era ovviamente Pat Metheny).
E arrivo’ solo dopo queste tappe il momento di mettersi in proprio e dare il via ad una carriera di leader. Una carriera che si e’ svolta soprattutto per i bit della Blue Note, per la quale
Lovano ha prodotto una serie stupefacente di dischi, tutti diversi per formula ed
organico. Si va dal duo con Gonzalo Rubalcaba ai numerosi trii (formula che ama
molto), dai quartetti alle formazioni piu’ estese, fino alla grande orchestra arrangiata e diretta da Gunther
Schuller.
A Umbria Jazz Winter il multiforme ingegno di
Lovano si misura con un progetto ambizioso: non ancora una big band ma certo molto piu’ di un semplice combo. Con lui altri saxmen notevolissimi come George Garzone ed una ritmica
stellare: John Hicks, Dennis Irwin e Lewis Nash.
Orvieto lo accoglie con molto piacere, anche perche’ Lovano e’ un vecchio amico di Umbria Jazz: oltre ad aver partecipato a diverse
edizioni, e’ apparso come special guest al concerto che il festival ha organizzato lo scorso gennaio alla Town Hall di New York con musicisti
italiani. Ed anche per un pizzico di orgoglio nazionale: il Village Voice ha scritto che
‘’piu’ di Pavarotti, il piu’ grande tenore italiano in circolazione oggi non e’ Luciano ma
Lovano!’’
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